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La Storia e Cultura
Il patrimonio paesaggistico-ambientale è di maestosa bellezza: una serie di tornanti conducono al Pianoro Le Forme, meglio noto con Vallefiorita, a 1400 metri di altitudine, tipico esempio di valle glaciale. Il pianoro modellato dal ghiaccio ha una caratteristica forma a U ed è contornato da faggi secolari, che possono arrivare anche a 3 metri di circonferenza, sorgenti incontaminate, flora e fauna tipiche (camoscio, cervo, orso bruno marsicano, aquila); vi sono poi le sorgenti de Le Forme e altri incantevoli paesaggi, come gli estesi prati delle Fosse, dai quali è possibile godere la visione “dolomitica delle Mainarde”. La bellezza di questo territorio è ogni anno esaltata da una Giornata della Natura, che cade solitamente nella prima metà di agosto, intorno a cui si svolgono anche le maggiori festività locali, che richiamano anche i numerosi pizzonesi da fuori regione e soprattutto dall'estero. “E’ difficile mettere insieme, in un unico luogo, tanti elementi naturali che possono creare delle condizioni altrettanto favorevoli all’insediamento umano” aveva commentato un viaggiatore inglese colpito dalla geografia di questi luoghi. E il nostro itinerario artistico prosegue dalle sorgenti del Volturno che sono all’origine degli insediamenti dei Sanniti e dei Romani prima, dei Longobardi e di tutte le signorie feudali poi, che hanno lasciato tracce nella storia di questi luoghi
Le sorgenti del Volturno sono chiuse da una diga che forma un piccolo laghetto: un oasi naturale per la fauna acquatica essendo habitat di molte specie di uccelli stanziali e migratori e luogo di una straordinaria vegetazione.
L’ultimo titolare del feudo di Rocchetta fu Pietrabbondio Battiloro, che lo aveva acquisito per successione dal padre Domenico nel 1765 e che, con l’accusa di affiliazione giacobina rimase alle carceri fino alla proclamazione della Repubblica. A metà strada tra l’ingresso del borgo posto accanto al vecchio Municipio di Rocchetta e il Castello Battiloro si trova la chiesa di S. Maria dell’Assunta: la tradizione vuole che le tre campane della sua torre campanaria siano pervenute dall’antica Badia e dai casali distrutti di “Bactària” e di S. Maria delle Grotti; l’incisione A .D. MDCXXV, sormontata dallo stemma vescovile sull’architrave del portale d’ingresso, non si riferirebbe alla fondazione della chiesa, bensì all’epoca di un restauro radicale. La parte più alta del paese vecchio, intorno alla Chiesa e immediatamente ai piedi del Castello Battiloro, fu abbandonata a partire dalla II guerra mondiale e ancor più a seguito di movimenti franosi, che hanno spinto la popolazione a spostarsi verso la pianura sottostante, dove si è sviluppato il nuovo centro abitato di Rocchetta. Le case che rimangono ancora in piedi, i portali con le iscrizioni delle botteghe, l’edificio del vecchio municipio e i vicoli stretti che si inerpicano sulla montagna tra i rovi lasciano immaginare quella che doveva essere la vita di un tempo: il borgo ha avuto una rivitalizzazione con l’insediamento del villaggio turistico di Vallefiorita La denominazione attuale deriva dal R.D. 22 gennaio 1863 con il quale fu autorizzata l’indicazione “a Volturno” per distinguersi da altre Rocchetta disseminate nelle varie regioni d’Italia e fu adottato lo stemma del Comune che porta nel campo un bove caricato (sul dorso) di una torre merlata, caricata a sua volta da tre torricelle parimenti merlate. Intorno all’abbondanza d’acqua data dalle sorgenti del fiume Volturno si sono sviluppate anche le vicende economiche e culturali della storia più recente di Rocchetta a Volturno. L’impianto idrico-elettrico, realizzato per lo sfruttamento delle polle d’acqua che sgorgano dalla roccia ai piedi della montagna di Rocchetta, ha evidenza anche sotto il profilo architettonico. Nel centro del paese nuovo si apre un bacino di raccolta delle acque sul quale si affaccia la Foresteria: questo edificio fu realizzato ad opera dell’Ente Volturno, che ha gestito lo sfruttamento delle acque per la produzione di energia elettrica, e ospitò negli anni ’50 e ‘60 Presidenti della Repubblica (Gronchi, Saragat,….) e autorevoli personalità del mondo politico ed economico italiano. Al confine dell’agro di Rocchetta, immersa nella natura e posta su una parete che affaccia di fronte all’abitato di Scapoli, c’è la chiesa rupestre di S. Maria delle Grotte, edificata nell’824 dall’abate Epifanio “per commodo delle vicine popolazioni e dove i Rocchettani chieggono il desiderato soccorso nelle malattie o nella carestia”(Chronicon Vulturnense): la sua peculiarità è data da una navata ricavata dalla roccia che sembra quasi una grotta, numerosi affreschi del XIII e XIV secolo, vero gioiello di pittura medievale, decorano l’interno della chiesa, che ha uno splendido portale finemente lavorato. Gia all’epoca della seconda guerra punica (218 a.C.) Annibale raggiunse dal Sannio il territorio dei vicini peligni passando dal territorio di Scapoli.
Il Chronicon Vulturnense riferisce che Giovanni stabilì “…per corum consilium dedimus vobis Lupo magister cum filiis suis, et Johanne magister cum filiis suis, Varvatum et Azzo Cantoni et germanis fratribus suis, damus ad possedendum vobis et vestris heredibus...” L’antico centro di Scapoli fu costruito sulla sommità di un’altura rocciosa denominata “Monte Maggiore”, da cui il nome “Scopulus” (rupe o scoglio) o "Scapulae" (declivio di un monte). Dal 1043 il territorio di Scapoli fu posseduto dalla famiglia Borrello, che aveva occupato quasi tutte le terre possedute dal monastero. La sua potenza, in conflitto con gli interessi dell’abbazia, divenne tanto forte da necessitare la mediazione di Papa Nicolò II, al cui cospetto si era recato l’Abate di San Vincenzo affinché gli venissero restituiti alcuni castelli, tra i quali proprio quello di Scapoli. Nel 1050 Scapoli venne sottratto alla cura dell’abbazia di S.Vincenzo, ad opera dei conti di Marsi, e da allora in poi passò da una famiglia feudale all’altra fino ad arrivare ai marchesi Battiloro di Rocchetta. Durante la seconda guerra mondiale Scapoli venne a trovarsi lungo la linea del fronte chiamata “Linea Gustav” che fu di particolare importanza per la conquista di monte Marrone ad opera del “Corpo Italiano di Liberazione”.
La chiesa di S. Giorgio Martire e la cappella di S. Giovanni sono le due chiese del paese. Sempre il Chronicon Vulturnense ci parla di una chiesa dedicata a S. Pietro in Itri, sita nel territorio di Scapoli, collocandola nei pressi del monte Falconara. Probabilmente la chiesa originaria di San Giorgio Martire, costruita intorno all'XI secolo era ubicata all'interno delle mura del nucleo storico di Scapoli. Quella che oggi possiamo ammirare è situata, invece, fuori dalle mura del vecchio centro storico, in una posizione privilegiata dominante tutta la vallata sottostante, e la sua preziosità è dovuta alle decorazioni dell'architrave, nella quale è contenuta un'iscrizione del 1326, e alla presenza di alcuni elementi presi dalla vecchia chiesa medievale. Il castello di Scapoli, detto palazzo Battiloro dal nome degli ultimi suoi possessori, risale all’incirca al 982, a seguito di un contratto di concessione stipulato dai coloni con i monaci di San Vincenzo. La parte più interessante del complesso è l’ingresso principale, chiamato “Sporto”, a cui si accede da una bella scalinata, e che sorregge una balconata del palazzo. Lo Sporto conduce allo “Scarupato”, una sorta di largo corridoio da cui ha inizio il cammino di ronda, che segue tutto il profilo della roccia e attornia l’intero borgo medievale. Il soffitto dello Scarupato è sostenuto da travi di legno secolari. Sul lato destro si apre una serie di archi a tutto sesto, che costituisce una loggetta da cui si può ammirare il paese sottostante. Sul lato sinistro sono ricavate delle botteghe, un tempo utilizzate dagli artigiani scapolesi, oggi ormai chiuse. Di esse sono visibili solo le porticine d’ingresso, alternate a finestrelle. Il cammino di ronda è una incantevole passeggiata lungo il perimetro della fortificazione longobarda che circoscrive il centro storico con vedute panoramiche sulla vallata dell’alto Volturno: dal punto più bello, che è detto “Meriche”, sono visibili le punte del monte Mare e del monte Marrone.
La storia vuole che i nostri antenati avessero organizzato dei reparti di zampognari militari, che in battaglia spaventavano la cavalleria nemica con il suono dei loro strumenti. Questo patrimonio artistico-culturale del paese è conservato ne “Il Museo della Zampogna”, situato nello splendido scenario del palazzo Mancini, nella parte più alta del paese, ed è rappresentato a livello internazionale attraverso l’organizzazione ogni anno della Mostra Mercato, nella quale sono esposte collezioni di zampogne e strumenti a fiato provenienti da tutto il mondo, e del festival Internazionale della Zampogna che è diventato una kermesse cultural-musicale che richiama visitatori ed appassionati di tutta Europa. L’anima folkloristica degli zampognari di Scapoli si riscopre durante il periodo natalizio, quando gli stessi partono per le città d’Italia e d’Europa facendo rivivere a suon di zampogna e ciaramella questa tradizione antichissima. A Scapoli, nella primavera del 1944, fu costituito il Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.) che operò nella zona di Monte Marrone e segnò l’avvio della Resistenza, ponendo le basi per la rinascita dell’Esercito Italiano. E’ in corso di realizzazione una mostra permanente di reperti e documenti sugli eventi bellici del 1943/44, circoscritti al territorio comunale, da ubicare in un’ala del Museo della Zampogna. Il borgo antico di Castelnuovo, di chiaro stile montano, è sovrastato dal Monte Marrone, con i suoi faggi plurisecolari, testimone silenzioso della omonima grande battaglia della II Guerra Mondiale. In territorio di Castelnuovo è stata realizzata l’area faunistica del camoscio, con l’immissione di alcuni esemplari adulti dell’ungulato unico per specie in Europa. Nato dalla fusione di due piccoli paesi adiacenti, Castellone al Volturno e San Vincenzo al Volturno, Castel San Vincenzo è arroccato su uno sperone roccioso in posizione preminente sull’omonimo lago sovrastato dalle Mainarde e sull’intera vallata dell’Alto Volturno. Il primo nucleo abitativo fu probabilmente costruito su un basso sperone roccioso, intorno al Castellum (di cui si parla nel contratto di livello contenuto nel “Chronicon Vulturnense”), che doveva essere verosimilmente la fortificazione dove avevano trovato scampo alcuni monaci benedettini nell’881 durante l’assalto di una banda saracena al monastero, e assunse successivamente il nome di “Castrum Samnie”. Castel San Vincenzo fu il “Castrum” più importante della terra Sancti Vincentii, la sede legale dell’Abbazia e il suo territorio incluse lo stesso monastero.Nel successivo periodo del consolidamento delle dinastie feudali si formarono i due distinti centri abitati dai nomi originari di Castra Sancti Vincentii e Castilioni, riportati per la prima volta nel 1383 nel “Chronicon Vulturnense”. Le prime fonti dell'esistenza di Cerro al Volturno risalgono al secolo X, quando l'abate di San Vincenzo al Volturno, Roffredo, vi condusse una colonia di contadini in una località detta "Cerrum" per l’abbondanza degli alberi di cerro, pianta simile alla quercia, affinché si dedicassero alla coltivazione delle terre abbandonate. Ancora oggi il gonfalone del paese, con la data del 1805, porta inciso sul campo un cerro, all'ombra del quale un pastore veglia al pascolo di tre suini e il motto "Fortitudo Cerri", a memoria di qualche albero secolare e maestoso del quercus cerri antonomastico della località. Il nucleo originario del paese si sviluppò in cima ad una conformazione rocciosa dominata da una roccaforte costruita su una fortificazione longobarda. Colli a Volturno arroccato sulla sommità di un colle affonderebbe le proprie radici in un insediamento abitativo preistorico. Resti di cinte megalitiche sannite individuati su Monte San Paolo fanno pensare che, con molta probabilità, era infatti uno dei più grandi centri fortificati del Sannio, ma il luogo è stato testimone di attività umane anche in periodi successivi, come si evince dalla presenza di un acquedotto romano che attraversa Monte San Paolo in un tracciato scavato completamente nella roccia e di ruderi di un antico insediamento medioevale. Valle Porcina, la longobarda "Vadu Porcinum", fu feudo in capite distinto da Colli, i cui abitanti affluirono a Colli conducendovi la statua patronale che, da allora, si conserva nella Chiesa di San Leonardo. In prossimità di Valleporcina, presso la confluenza del Vandra con il Volturno, sorgeva l’antica Telese che fu distrutta da Silla, come lasciò scritto Stradone. L'origine di Filignano è riferibile al periodo intorno all'anno Mille, quando Filignano si chiamava Fonduliano, tramutatosi in seguito in Fondemano. A testimonianza di questo periodo, sparsi sul territorio sono ancora ruderi di antiche fortificazioni longobarde, mentre nei secoli successivi si perde ogni traccia di storia attendibile. |
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