Il Parco dell'orso
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La Storia e Cultura




PizzonePizzone (Piczotum) è posto alle pendici di una montagna, addossato alla catena delle Mainarde.Quel “pizzo” si sarebbe popolato all’epoca delle incursioni saracene e, credenza popolare,sino al XV secolo sarebbe stato un feudo benedettino.Dopo avrebbe seguito la sorte degli altri insediamenti. Originati dalla colonizzazione della Badia e sarebbe passato da una famiglia feudale ad un’altra. Sembra però che fin dai tempi degli Angioini Pizzone fosse stata sottratta alla giurisdizione di San Vincenzo. Nei secoli successivi passò nelle mani delle diverse famiglie (Leonessa, Caldora, Pandone, …..) fino ai marchesi di Rocchetta.
Nel centro storico si trova la chiesa di San Nicola, fondata nel 1318, che custodisce arredi sacri di pregiata lavorazione in argento cesellato del 1400; all’ingresso dell’abitato c’è la cappella fuori la Porta dei Santi di Santa Liberata, costruita nel 1637 probabilmente sui ruderi di una chiesa preesistente; a settentrione dell’abitato c’è la cappella fuori la Porta di Borea di San Rocco; in contrada Campo c’è la chiesa dei S.S. Giovanni e Paolo, di antica origine, nelle cui adiacenze si vuole sorgesse, nei secoli bassi, un monastero, che sarebbe stato distrutto dai Saraceni e con i cui materiali sarebbero state costruite le casupole coloniche, che ancora oggi conservano il nome di “case dei saraceni”; infine la chiesa di S. Maria Assunta posta all’apice del paese un tempo detta “del Morione”.
Il comune di Pizzone è nel Parco Nazionale d’Abruzzo fin dalla sua nascita (1924).

Il patrimonio paesaggistico-ambientale è di maestosa bellezza: una serie di tornanti conducono al Pianoro Le Forme, meglio noto con Vallefiorita, a 1400 metri di altitudine, tipico esempio di valle glaciale. Il pianoro modellato dal ghiaccio ha una caratteristica forma a U ed è contornato da faggi secolari, che possono arrivare anche a 3 metri di circonferenza, sorgenti incontaminate, flora e fauna tipiche (camoscio, cervo, orso bruno marsicano, aquila); vi sono poi le sorgenti de Le Forme e altri incantevoli paesaggi, come gli estesi prati delle Fosse, dai quali è possibile godere la visione “dolomitica delle Mainarde”.
Dal Pianoro Le Forme ha inizio l’escursione più bella delle Mainarde attraverso la faggeta, con tratti anche di ripida salita, per uscire allo scoperto nelle splendida Valle Pagana dove volano i gheppi in caccia e non è difficile avvistare i camosci.

La bellezza di questo territorio è ogni anno esaltata da una Giornata della Natura, che cade solitamente nella prima metà di agosto, intorno a cui si svolgono anche le maggiori festività locali, che richiamano anche i numerosi pizzonesi da fuori regione e soprattutto dall'estero.

“E’ difficile mettere insieme, in un unico luogo, tanti elementi naturali che possono creare delle condizioni altrettanto favorevoli all’insediamento umano” aveva commentato un viaggiatore inglese colpito dalla geografia di questi luoghi.

E il nostro itinerario artistico prosegue dalle sorgenti del Volturno che sono all’origine degli insediamenti dei Sanniti e dei Romani prima, dei Longobardi e di tutte le signorie feudali poi, che hanno lasciato tracce nella storia di questi luoghi

Il Parco Dell'orsoQui arrivarono, più di milletrecento anni fa, tre monaci beneventani Paldo, Tato e Taso, cercando nella fitta boscaglia attraversata dal tortuoso corso del fiume Volturno un oratorio paleocristiano romano dedicato a San Vincenzo, sui resti del quale costruirono un monastero, che nei secoli successivi divenne un centro d’alta cultura spirituale ed intellettuale.Il cenobio fu distrutto alla fine del IX secolo ad opera dei saraceni quando era al massimo del suo splendore e di lì iniziò la lenta inesorabile decadenza, che portò all’abbandono del sito altomedioevale, rimasto sepolto sotto i terrazzamenti utilizzati a vigneti, uliveti e frutteti, fin quando gli scavi archeologici hanno restituito alla storia gli importanti resti dell’impianto monastico originario relativi al IX, X e XI secolo.
L’Abbazia venne trasferita e ricostruita nella sede attuale, sulla riva opposta del Volturno, nel XII secolo, recuperando gran parte delle pietre e degli elementi decorativi degli antichi edifici. In essa vide la luce il famoso “Chronicon Vulturnense”, che è tuttora conservato nella Biblioteca Vaticana. I restauri e le ricostruzioni del Secondo Dopoguerra hanno radicalmente alterato la fisionomia della basilica che appare oggi, come del resto l’adiacente campanile, nelle forme acquisite in seguito alle ricostruzioni degli anni ’60.


Il sito di San Vincenzo al Volturno è un luogo unico per la sua grande ricchezza culturale e spirituale.Sulla sponda sinistra del fiume si presenta al visitatore una Pompei del Medioevo, dove è possibile ammirare i resti delle opere murarie e pittoriche della città monastica e i ritrovamenti archeologici testimoniano gli antichi splendori di questo luogo.
Sulla riva opposta del fiume la vita del complesso monastico continua, ancora oggi, grazie alla Comunità delle Monache Benedettine nel segno della continuità con la tradizione secolare della Regola di San Benedetto Ora et Labora, delle attività culturali e artigianali e del richiamo religioso e spirituale.

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Le sorgenti del Volturno sono chiuse da una diga che forma un piccolo laghetto: un oasi naturale per la fauna acquatica essendo habitat di molte specie di uccelli stanziali e migratori e luogo di una straordinaria vegetazione.
Dal “Capo di fiume” si dipartiva un grandioso acquedotto romano (cuniculus) lungo circa km.30 che portava le acque volturnensi a Venafro. L’acquedotto era scavato parte nella roccia mentre la parte superiore era formata da blocchi di pietra lacustra del luogo.


I lavori di costruzione, di cui si ha notizia in una lettera di Cicerone del 27 a.C., furono presumibilmente interrotti e poi ripresi, e l’acquedotto fu restaurato nel 55 a.C. (699 “ab urbe condita”) come recava una lapide romana posta alle sorgenti del fiume.

Resti di tale acquedotto si notano in diversi punti del tracciato, più evidenti nell’agro di Rocchetta e presso il Rio Chiaro, in latri punti le tracce sono frammentarie ostruite da formazioni di alabastro.



Attraverso stradine interpoderali si può raggiungere il paese di Rocchetta a Volturno. Il centro abitato si estende su un terrazzamento pianeggiante sovrastato dalla rocca dove c’è ancora la parte antica di Rocchetta Alta. L’ insediamento originario, che si chiamava “Bactària”, risale al VII secolo d.C. e sorgeva sul colle detto “Vaccareccia” o “Baccareccia” a poca distanza sia dall’attuale abitato che dal paese vecchio. In seguito alle distruzioni saracene fu abbandonato e solo nel XII la zona fu ripopolata da alcune famiglie coloniche provenienti da Atina, che diedero vita a “Rocchetta dell’Abbadia” ai piedi del Monte Azzone.

Il Parco Dell'orsoA testimonianza dell’insediamento indotto dall’abate Marino con l’esercizio del cosiddetto ius incastellandi, rimangono i ruderi del borgo medievale di Rocchetta Alta e del castello che, ancora oggi, domina dall’alto della rupe rocciosa e intorno al quale si sviluppava la struttura fortificata. Il feudo passò di famiglia in famiglia fino ai Battiloro, d’ origine senese, ai quali è legato il nome del castello.

L’ultimo titolare del feudo di Rocchetta fu Pietrabbondio Battiloro, che lo aveva acquisito per successione dal padre Domenico nel 1765 e che, con l’accusa di affiliazione giacobina rimase alle carceri fino alla proclamazione della Repubblica.

A metà strada tra l’ingresso del borgo posto accanto al vecchio Municipio di Rocchetta e il Castello Battiloro si trova la chiesa di S. Maria dell’Assunta: la tradizione vuole che le tre campane della sua torre campanaria siano pervenute dall’antica Badia e dai casali distrutti di “Bactària” e di S. Maria delle Grotti; l’incisione A .D. MDCXXV, sormontata dallo stemma vescovile sull’architrave del portale d’ingresso, non si riferirebbe alla fondazione della chiesa, bensì all’epoca di un restauro radicale.

La parte più alta del paese vecchio, intorno alla Chiesa e immediatamente ai piedi del Castello Battiloro, fu abbandonata a partire dalla II guerra mondiale e ancor più a seguito di movimenti franosi, che hanno spinto la popolazione a spostarsi verso la pianura sottostante, dove si è sviluppato il nuovo centro abitato di Rocchetta.

Le case che rimangono ancora in piedi, i portali con le iscrizioni delle botteghe, l’edificio del vecchio municipio e i vicoli stretti che si inerpicano sulla montagna tra i rovi lasciano immaginare quella che doveva essere la vita di un tempo: il borgo ha avuto una rivitalizzazione con l’insediamento del villaggio turistico di Vallefiorita

La denominazione attuale deriva dal R.D. 22 gennaio 1863 con il quale fu autorizzata l’indicazione “a Volturno” per distinguersi da altre Rocchetta disseminate nelle varie regioni d’Italia e fu adottato lo stemma del Comune che porta nel campo un bove caricato (sul dorso) di una torre merlata, caricata a sua volta da tre torricelle parimenti merlate.

Intorno all’abbondanza d’acqua data dalle sorgenti del fiume Volturno si sono sviluppate anche le vicende economiche e culturali della storia più recente di Rocchetta a Volturno. L’impianto idrico-elettrico, realizzato per lo sfruttamento delle polle d’acqua che sgorgano dalla roccia ai piedi della montagna di Rocchetta, ha evidenza anche sotto il profilo architettonico.

Nel centro del paese nuovo si apre un bacino di raccolta delle acque sul quale si affaccia la Foresteria: questo edificio fu realizzato ad opera dell’Ente Volturno, che ha gestito lo sfruttamento delle acque per la produzione di energia elettrica, e ospitò negli anni ’50 e ‘60 Presidenti della Repubblica (Gronchi, Saragat,….) e autorevoli personalità del mondo politico ed economico italiano.

Al confine dell’agro di Rocchetta, immersa nella natura e posta su una parete che affaccia di fronte all’abitato di Scapoli, c’è la chiesa rupestre di S. Maria delle Grotte, edificata nell’824 dall’abate Epifanio “per commodo delle vicine popolazioni e dove i Rocchettani chieggono il desiderato soccorso nelle malattie o nella carestia”(Chronicon Vulturnense): la sua peculiarità è data da una navata ricavata dalla roccia che sembra quasi una grotta, numerosi affreschi del XIII e XIV secolo, vero gioiello di pittura medievale, decorano l’interno della chiesa, che ha uno splendido portale finemente lavorato.

Gia all’epoca della seconda guerra punica (218 a.C.) Annibale raggiunse dal Sannio il territorio dei vicini peligni passando dal territorio di Scapoli.

Il Parco Dell'orsoScapoli fu fondato presumibilmente nell’anno 981 ad opera di Giovanni abate di S.Vincenzo al Volturno.

Il Chronicon Vulturnense riferisce che Giovanni stabilì “…per corum consilium dedimus vobis Lupo magister cum filiis suis, et Johanne magister cum filiis suis, Varvatum et Azzo Cantoni et germanis fratribus suis, damus ad possedendum vobis et vestris heredibus...”

L’antico centro di Scapoli fu costruito sulla sommità di un’altura rocciosa denominata “Monte Maggiore”, da cui il nome “Scopulus” (rupe o scoglio) o "Scapulae" (declivio di un monte).

Dal 1043 il territorio di Scapoli fu posseduto dalla famiglia Borrello, che aveva occupato quasi tutte le terre possedute dal monastero. La sua potenza, in conflitto con gli interessi dell’abbazia, divenne tanto forte da necessitare la mediazione di Papa Nicolò II, al cui cospetto si era recato l’Abate di San Vincenzo affinché gli venissero restituiti alcuni castelli, tra i quali proprio quello di Scapoli.

Nel 1050 Scapoli venne sottratto alla cura dell’abbazia di S.Vincenzo, ad opera dei conti di Marsi, e da allora in poi passò da una famiglia feudale all’altra fino ad arrivare ai marchesi Battiloro di Rocchetta.

Durante la seconda guerra mondiale Scapoli venne a trovarsi lungo la linea del fronte chiamata “Linea Gustav” che fu di particolare importanza per la conquista di monte Marrone ad opera del “Corpo Italiano di Liberazione”.

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La chiesa di S. Giorgio Martire e la cappella di S. Giovanni sono le due chiese del paese.

Sempre il Chronicon Vulturnense ci parla di una chiesa dedicata a S. Pietro in Itri, sita nel territorio di Scapoli, collocandola nei pressi del monte Falconara.

Probabilmente la chiesa originaria di San Giorgio Martire, costruita intorno all'XI secolo era ubicata all'interno delle mura del nucleo storico di Scapoli. Quella che oggi possiamo ammirare è situata, invece, fuori dalle mura del vecchio centro storico, in una posizione privilegiata dominante tutta la vallata sottostante, e la sua preziosità è dovuta alle decorazioni dell'architrave, nella quale è contenuta un'iscrizione del 1326, e alla presenza di alcuni elementi presi dalla vecchia chiesa medievale.

Il castello di Scapoli, detto palazzo Battiloro dal nome degli ultimi suoi possessori, risale all’incirca al 982, a seguito di un contratto di concessione stipulato dai coloni con i monaci di San Vincenzo. La parte più interessante del complesso è l’ingresso principale, chiamato “Sporto”, a cui si accede da una bella scalinata, e che sorregge una balconata del palazzo.

Lo Sporto conduce allo “Scarupato”, una sorta di largo corridoio da cui ha inizio il cammino di ronda, che segue tutto il profilo della roccia e attornia l’intero borgo medievale. Il soffitto dello Scarupato è sostenuto da travi di legno secolari. Sul lato destro si apre una serie di archi a tutto sesto, che costituisce una loggetta da cui si può ammirare il paese sottostante. Sul lato sinistro sono ricavate delle botteghe, un tempo utilizzate dagli artigiani scapolesi, oggi ormai chiuse. Di esse sono visibili solo le porticine d’ingresso, alternate a finestrelle.

Il cammino di ronda è una incantevole passeggiata lungo il perimetro della fortificazione longobarda che circoscrive il centro storico con vedute panoramiche sulla vallata dell’alto Volturno: dal punto più bello, che è detto “Meriche”, sono visibili le punte del monte Mare e del monte Marrone.

Il Parco Dell'orsoNei territori di Scapoli, ai confini con Castelnuovo, in un passato antichissimo, correva l'antica via romana che collegava Colli a Sora. Questo passaggio doveva essere molto frequentato soprattutto da pastori transumanti, così come testimoniato dal rinvenimento di reperti archeologici (monete e sculture) lungo il probabile tracciato della via romana sulla sponda destra del rio San Pietro, che scorre ai piedi dell’abitato.
Oggi Scapoli è conosciuto anche in ambito internazionale come la capitale della zampogna, essendo depositario di una tradizione artigianale che continua a perpetuarsi nelle botteghe ancora presenti in paese., tenendo in vita questo strumento musicale di origine antichissima che nei secoli accompagnava i pastori nei loro spostamenti periodici ed il cui suono è a noi familiare perché preannunciante l'avvento del Natale.

La storia vuole che i nostri antenati avessero organizzato dei reparti di zampognari militari, che in battaglia spaventavano la cavalleria nemica con il suono dei loro strumenti. Questo patrimonio artistico-culturale del paese è conservato ne “Il Museo della Zampogna”, situato nello splendido scenario del palazzo Mancini, nella parte più alta del paese, ed è rappresentato a livello internazionale attraverso l’organizzazione ogni anno della Mostra Mercato, nella quale sono esposte collezioni di zampogne e strumenti a fiato provenienti da tutto il mondo, e del festival Internazionale della Zampogna che è diventato una kermesse cultural-musicale che richiama visitatori ed appassionati di tutta Europa. L’anima folkloristica degli zampognari di Scapoli si riscopre durante il periodo natalizio, quando gli stessi partono per le città d’Italia e d’Europa facendo rivivere a suon di zampogna e ciaramella questa tradizione antichissima.

A Scapoli, nella primavera del 1944, fu costituito il Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.) che operò nella zona di Monte Marrone e segnò l’avvio della Resistenza, ponendo le basi per la rinascita dell’Esercito Italiano. E’ in corso di realizzazione una mostra permanente di reperti e documenti sugli eventi bellici del 1943/44, circoscritti al territorio comunale, da ubicare in un’ala del Museo della Zampogna.
Castelnuovo al Volturno, frazione del comune di Rocchetta a Volturno, sorge alle falde del Monte Marrone, su macigni orrorosi comunemente chiamati “marri”. Il nome Castelnuovo proviene, forse, dall’essere uno degli ultimi villaggi fatti edificare dai Benedettini di San Vincenzo al Volturno.
Le sue chiese sono: l’Assunta che sorge nel centro dell’abitato, S. Lucia che ne è patrona e la cui festa si celebra annualmente il 13 dicembre.

Il borgo antico di Castelnuovo, di chiaro stile montano, è sovrastato dal Monte Marrone, con i suoi faggi plurisecolari, testimone silenzioso della omonima grande battaglia della II Guerra Mondiale. In territorio di Castelnuovo è stata realizzata l’area faunistica del camoscio, con l’immissione di alcuni esemplari adulti dell’ungulato unico per specie in Europa.

Nato dalla fusione di due piccoli paesi adiacenti, Castellone al Volturno e San Vincenzo al Volturno, Castel San Vincenzo è arroccato su uno sperone roccioso in posizione preminente sull’omonimo lago sovrastato dalle Mainarde e sull’intera vallata dell’Alto Volturno. Il primo nucleo abitativo fu probabilmente costruito su un basso sperone roccioso, intorno al Castellum (di cui si parla nel contratto di livello contenuto nel “Chronicon Vulturnense”), che doveva essere verosimilmente la fortificazione dove avevano trovato scampo alcuni monaci benedettini nell’881 durante l’assalto di una banda saracena al monastero, e assunse successivamente il nome di “Castrum Samnie”.

Castel San Vincenzo fu il “Castrum” più importante della terra Sancti Vincentii, la sede legale dell’Abbazia e il suo territorio incluse lo stesso monastero.Nel successivo periodo del consolidamento delle dinastie feudali si formarono i due distinti centri abitati dai nomi originari di Castra Sancti Vincentii e Castilioni, riportati per la prima volta nel 1383 nel “Chronicon Vulturnense”.
Il patrimonio architettonico è rappresentato dalla Chiese di Santo Stefano, di San Martino e di San Filippo Neri, mentre minute ed in ottima posizione paesistica sono le chiese rupestri di S. Michele Arcangelo e Santa Maria delle Grazie.In centro si ammirano l’arco gotico (secolo XII) e la chiesa parrocchiale di San VincenzoIl lago di San Vincenzo, realizzato alla fine degli anni 50, si inserisce nella cornice delle Mainarde che offrono al visitatore un paesaggio naturale incontaminato e allo stesso tempo un’oasi accogliente con riferimento, in particolare alla Valle di Mezzo con i suoi boschi, le sue sorgenti, la sua fauna spesso singolare (il lupo, l'orso, l'aquila reale, ecc.) e ai sentieri segnati il Pianoro di Monte Mare o la sua cima, la più alta delle Mainarde…..Ufficialmente aperto nell’Agosto del 1997 il Museo della Fauna Appenninica di Castel San Vincenzo offre all’osservazione del visitatore l’intero campionario della preziosa fauna delle Mainarde: tra gli esemplari imbalsamati della collezione ornitologica e entomologica ospitata nel museo troviamo anche il lupo, la lince, il cervo ed altri ungulati ubicati al piano terra di un grazioso palazzotto baronale, opportunamente restaurato dal Parco per renderlo idoneo ad ospitare il Museo.

Le prime fonti dell'esistenza di Cerro al Volturno risalgono al secolo X, quando l'abate di San Vincenzo al Volturno, Roffredo, vi condusse una colonia di contadini in una località detta "Cerrum" per l’abbondanza degli alberi di cerro, pianta simile alla quercia, affinché si dedicassero alla coltivazione delle terre abbandonate. Ancora oggi il gonfalone del paese, con la data del 1805, porta inciso sul campo un cerro, all'ombra del quale un pastore veglia al pascolo di tre suini e il motto "Fortitudo Cerri", a memoria di qualche albero secolare e maestoso del quercus cerri antonomastico della località.

Il nucleo originario del paese si sviluppò in cima ad una conformazione rocciosa dominata da una roccaforte costruita su una fortificazione longobarda.
Fin dall'antichità l'imponente massa rocciosa, su cui successivamente verrà costruito il castello, venne utilizzata come punto di osservazione e controllo dell'Alta Valle del Volturno. Si ritiene infatti che gli stessi monaci benedettini della vicina abbazia di San Vincenzo, fondando il castrum Cerri, abbiano riutilizzato il vecchio recinto fortificato costruito dai Longobardi sullo stesso spuntone di roccia calcarea.
Il castello, simbolo del paese, forma ancora oggi un complesso maestoso che domina l'intero centro abitato e tutta l'Alta Valle del Volturno. Fu edificato tra il declinare del XV e gli esordii del XVI secolo da Camillo Pandone (da cui il nome Castello Pandone con il quale è conosciuto) e inquadrato nelle sue torri bastoniate che gli conferiscono un carattere di fortezza inespugnabile. In seguito non subì modifiche tali da alterarne il carattere medievale.
Nei primi anni del 1600 il castello, passato per mani diverse, diventò proprietà della famiglia Colonna. Lucrezia Tomacello, moglie di Filippo Colonna, principe di Sonnino, lo abbellì e ne rafforzò le mura, come ricorda la lapide datata 1623 collocata sul portale d'ingresso. I Colonna vendettero il castello alla famiglia Spinola, proveniente da Sesto Campano, che nel 1688 lo passò ad Antonio Carafa di Traetto. I Carafa detennero il castello fino all'abolizione della feudalità (1806). Dai discendenti dei Carafa venne venduto alla famiglia Lombardi nel 1828, i cui discendenti ne sono attuali proprietari.
L’attuale nucleo abitato è diviso in due borghi raccolti intorno alla Chiesa di Santa Maria Assunta, situata nella parte alta in prossimità del castello, e a quella dei SS Pietro e Paolo.L'altra parrocchia è la Chiesa di San Rocco in località Cupone.Il comune di Cerro vanta numerose frazioni sparse in tutto il suo territorio.

Colli a Volturno arroccato sulla sommità di un colle affonderebbe le proprie radici in un insediamento abitativo preistorico. Resti di cinte megalitiche sannite individuati su Monte San Paolo fanno pensare che, con molta probabilità, era infatti uno dei più grandi centri fortificati del Sannio, ma il luogo è stato testimone di attività umane anche in periodi successivi, come si evince dalla presenza di un acquedotto romano che attraversa Monte San Paolo in un tracciato scavato completamente nella roccia e di ruderi di un antico insediamento medioevale.
La parte più antica, posta sulla sommità del borgo di aspetto medievale, era punto nevralgico per la difesa e sicurezza con postazioni sull’Acropoli.
Il suo sviluppo è concomitante a quello degli altri borghi della Badia di San Vincenzo al Volturno e rimase fondo ecclesiastico fino ai primordi del periodo aragonese allorquando passò nelle mani della famiglia Pandone di Venafro.
Le Chiese di Colli sono: Santa Maria Assunta, di fondazione remotissima, che presenta affreschi del '400, lungo la provinciale la Chiesa di San Leonardo, fondata nel XV secolo le cui pareti hanno affreschi dipinti da Petrus Brunectus nel 1725, e l’antichissima cappella di Sant’Antonio la cui fondazione risale ad epoca imprecisa.

Valle Porcina, la longobarda "Vadu Porcinum", fu feudo in capite distinto da Colli, i cui abitanti affluirono a Colli conducendovi la statua patronale che, da allora, si conserva nella Chiesa di San Leonardo. In prossimità di Valleporcina, presso la confluenza del Vandra con il Volturno, sorgeva l’antica Telese che fu distrutta da Silla, come lasciò scritto Stradone.
I resti della cinta muraria su Monte San Paolo in località Serra del Lago, i resti di una necropoli risalente al periodo neolitico su Colle S. Angelo e i resti dell’Acquedotto Romano che si sviluppano nel sottosuolo e visibili sulla parete del rio Chiaro sono le attrazioni artistiche di rilievo.

L'origine di Filignano è riferibile al periodo intorno all'anno Mille, quando Filignano si chiamava Fonduliano, tramutatosi in seguito in Fondemano. A testimonianza di questo periodo, sparsi sul territorio sono ancora ruderi di antiche fortificazioni longobarde, mentre nei secoli successivi si perde ogni traccia di storia attendibile.
Interessante anche il patrimonio architettonico rappresentato dalla Chiesa Parrocchiale della SS. Immacolata Concezione, dalla Chiesa di San Pasquale e da altre chiese sparse sull'esteso e molto frazionato territorio. Fra le specificità del comune anche le numerose edicole votive disseminate lungo le strade (se ne contano una cinquantina) ed i muri a secco, che fungono da confine.

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